Oltre il Desiderio: La Scienza e la Coscienza della Creazione

L’arte di manifestare non è un gioco di prestigio

“Andreas, nei miei anni di vagabondaggio ho capito una cosa molto importante: noi siamo i creatori della nostra realtà.’’

(Il Ponte Vermiglio. Capitolo 6).

Diversamente da quanto sempre più comunemente si crede a causa di una divulgazione che fa spesso leva sulla eccessiva semplificazione, non basta chiudere gli occhi, visualizzare una villa sul mare e aspettare che l’universo consegni le chiavi.

La manifestazione autentica non nasce, infatti, da un capriccio della mente, ma da uno stato di coscienza.

Secondo le neuroscienze, la mente ha un potere trasformativo reale: nel suo libro Self Comes to Mind (2010), Antonio Damasio, neurologo, psicologo e saggista portoghese, spiega che il senso del sé emerge dall’integrazione di corpo, pensiero ed emozioni. Queste ultime, dunque, non sono marginali, ma fondamentali nella costruzione della realtà soggettiva: “manifestare” non è dunque desiderare con più forza, ma di essere più presenti a sé stessi, in uno stato in cui pensiero, emozione e corpo parlano lo stesso linguaggio.

Alcuni insegnamenti spirituali, come quelli canalizzati dalla scrittrice, poetessa e medium Jane Roberts nel Seth Material, testo cardine della filosofia New Age, suggeriscono che ognuno crea la propria realtà: questa capacità non consiste nell’affermare qualcosa e attenderne passivamente l’arrivo.

Bisogna quindi chiedersi, innanzitutto: quale parte di me sta creando questa realtà?

Se è l’ego a desiderare, creerà attraverso la sua illusione di controllo. Se è una ferita a parlare, attirerà solo ciò che la conferma. Ma se è la parte più autentica e allineata di noi — quella che potremmo chiamare Essenza o Sé Superiore — allora ciò che si manifesta sarà un’estensione coerente del nostro stato interiore.

Questa prospettiva trova risonanza anche nella neurobiologia. Nel suo saggio The Mindful Brain (2007), Daniel Siegel definisce la mente come un flusso di energia e informazione che può essere modellato attraverso l’attenzione consapevole: in altre parole, abbiamo la capacità di essere co-creatori attivi del nostro paesaggio neuronale. In questo stesso contesto, il neuroscienziato Anil Seth, nel suo libro Being You (2021), spiega che ciò che percepiamo come ‘‘realtà’’ è in gran parte una costruzione predittiva del cervello, basata su modelli interni che si aggiornano continuamente. In altre parole, il nostro mondo non è semplicemente osservato: è attivamente costruito dall’interno verso l’esterno. Questo rafforza l’idea che la nostra esperienza soggettiva sia una componente fondamentale nella creazione della realtà che viviamo.

La vita non è una scorciatoia verso l’appagamento. È un percorso alchemico che abbraccia la luce e l’ombra, l’estasi e lo smarrimento, la creazione e la distruzione. Ogni caduta non è una punizione: è un portale. Michael Merzenich, uno dei padri della neuroplasticità ossia della teoria secondo la quale il cervello è in grado di modificare la propria struttura, ha dimostrato che continua a cambiare in risposta all’esperienza per tutta la vita (Soft-Wired, 2013). Questo significa che anche i momenti difficili, se vissuti con consapevolezza, hanno il potere di trasformarci.

Ogni dubbio non è un errore: è un richiamo a una verità più profonda.

Esprimere sé stessi significa diventare interi: non solo ottenere ciò che vogliamo, ma riconoscere chi siamo diventati lungo il cammino.

Le difficoltà, le incoerenze, persino i fallimenti apparenti non sono deviazioni dal percorso, ma parte integrante del processo. Servono a fare chiarezza, a mettere in discussione desideri che non ci appartengono più, a distinguere ciò che vogliamo veramente da ciò che pensavamo di volere. È proprio grazie a questi momenti che iniziamo a vedere con più nitidezza chi siamo e dove vogliamo andare.

Sì, a volte sarà lacerante. Sì, attraverserai deserti, tempeste, silenzi che urlano. Ma è lì che si costruisce il vero potere: non quello di controllare, ma quello di essere in armonia con tutto.

Richard Davidson, professore di neuroscienze affettive, ha dimostrato che la pratica mentale sistematica (come la meditazione) modifica i circuiti cerebrali legati alla resilienza, alla calma e all’empatia. Questo significa che la coerenza interiore non è solo una metafora spirituale: è un fatto biologico.

Eric Kandel, premio Nobel per la medicina, ha dimostrato che l’esperienza modifica l’espressione genica nei neuroni, indicando che anche l’identità è un processo neurobiologicamente modellabile nel tempo (In Search of Memory, 2006).

Le neuroscienze -in sintesi -ci mostrano che la mente è un sistema dinamico, capace di modificarsi in risposta non solo agli stimoli esterni, ma anche all’intenzione consapevole. I processi di neuroplasticità permettono al cervello di riorganizzare le sue connessioni, favorendo nuovi schemi percettivi, emotivi e comportamentali.

Studi come quelli di Michael Merzenich e Richard Davidson dimostrano che, attraverso pratiche mentali intenzionali — come la meditazione, l’auto-osservazione o la visualizzazione consapevole — possiamo rafforzare reti neurali coerenti con stati di calma, chiarezza e resilienza.

In questa luce, non esprimiamo automaticamente la sofferenza che abbiamo vissuto, ma piuttosto la qualità della frequenza interiore che stiamo coltivando ora. Quando iniziamo ad essere in armonia con la nostra essenza più autentica, la realtà non risponde più alla nostra ferita, ma alla nostra verità. Non esprimiamo ciò che semplicemente immaginiamo, ma ciò che siamo diventati capaci di sostenere con integrità, presenza e coerenza interiore.

E allora sì: la creazione accade. I sogni si realizzano. Non come magia, non perché li hai chiesti con insistenza. Perché li hai saputi contenere, integrare, incarnare. E li abiti, finalmente, dentro.

Valeria Ricotti

Se vuoi sapere di più sul mio romanzo ‘‘Il ponte vermiglio’’ clicca qui

Condividi!